Conoscere gli altri è saggezza. Conoscere se stessi è illuminazione. [Lao Tzu]
C’è una domanda che, prima o poi, quasi tutti si pongono: perché alcune relazioni ci nutrono e altre ci prosciugano? Perché con certe persone ci sentiamo vivi, capiti, liberi di essere ciò che siamo, mentre con altre ci sentiamo sempre sbagliati, in difetto, mai abbastanza?
La risposta, quasi sempre, non sta nell’altra persona. Sta in noi.
La relazione con se stessi è la prima relazione di cui dobbiamo prenderci cura. È il terreno su cui crescono tutte le altre — quella con il partner, con i figli, con i genitori, con i colleghi. La qualità delle connessioni che sappiamo costruire, nel privato come nel lavoro, dipende in modo diretto da come stiamo con noi stessi: da quanto ci conosciamo, da quanto ci ascoltiamo, da quanto siamo disposti a guardarci onestamente senza giudicarci troppo presto.
È da questo legame primordiale che fioriscono tutti gli altri rapporti. E quando questo legame è fragile, distorto o semplicemente mai esplorato, lo vediamo — quasi sempre senza riconoscerlo — nelle difficoltà che incontriamo con gli altri.
La relazione con se stessi come filtro della realtà
Possiamo immaginare la relazione con se stessi come un dialogo costante tra le diverse parti della nostra personalità: una conversazione interna in cui più voci interpretano gli eventi, suggerendoci quali emozioni provare e quali azioni intraprendere, sulla base del nostro vissuto e delle convinzioni che abbiamo costruito nel tempo.
Questo dialogo avviene di continuo, spesso senza che ce ne accorgiamo. È lui a decidere come leggiamo un silenzio del partner — se come indifferenza o come stanchezza. Come interpretiamo una critica del capo — se come prova della nostra inadeguatezza o come spunto per crescere. Come reagiamo a un no — se come rifiuto personale o come risposta che non riguarda il nostro valore.
Non sono mai gli eventi in sé a determinare le nostre reazioni, ma l’interpretazione che ne diamo attraverso questo filtro interiore. Accettare questo non è facile, perché ci chiede di assumerci la responsabilità di come stiamo — invece di aspettare che siano le circostanze o le persone a cambiarsi per farci stare meglio.
Ma è esattamente lì che comincia la possibilità di cambiare davvero.
Cosa succede quando la relazione con se stessi è in difficoltà
Quando il rapporto con noi stessi è fragile o distorto, lo vediamo comparire nelle relazioni con gli altri in forme che spesso non riconosciamo per quello che sono.
Lo vediamo nel bisogno costante di approvazione — nella difficoltà a prendere decisioni senza prima sapere cosa pensano gli altri, nella tendenza a modificare il proprio comportamento in base a ciò che si pensa venga apprezzato.
Lo vediamo nella difficoltà a stare in relazioni in cui non si è al centro, o al contrario nell’incapacità di occupare spazio, di esprimere un bisogno, di dire no senza sentirsi in colpa.
Lo vediamo nella tendenza a scegliere sempre le stesse tipologie di relazioni — ripetendo schemi che non ci soddisfano ma che ci sono familiari, perché il cervello preferisce il noto, anche quando il noto fa male.
Lo vediamo nell’incapacità di godere delle cose belle quando arrivano — nel sabotarci proprio quando le cose vanno bene, come se non ci sentissimo davvero meritevoli di stare bene.
Tutte queste dinamiche hanno un’origine comune: una relazione con se stessi che si è formata in modo imperfetto, spesso molto presto, spesso in risposta a messaggi ricevuti da chi ci ha cresciuti o dall’ambiente in cui siamo cresciuti.
Perché è così difficile costruire una buona relazione con se stessi
La relazione con se stessi non si impara a scuola. Non viene insegnata in famiglia — anzi, spesso viene attivamente ostacolata, perché in molte culture e contesti familiari il prendersi cura di sé viene confuso con l’egoismo, e l’ascoltarsi viene visto come indulgenza o debolezza.
Molti di noi hanno imparato da piccoli a stare attenti ai bisogni degli altri prima che ai propri. A non fare troppo rumore. A non chiedere troppo. A guadagnarsi l’amore con la bravura, l’obbedienza, la performance.
Questi apprendimenti lasciano tracce. Non perché i nostri genitori fossero cattivi — quasi sempre non lo erano — ma perché anche loro portavano con sé i propri apprendimenti, le proprie ferite, i propri limiti. E noi, da bambini, abbiamo assorbito tutto senza filtri.
Il risultato è che molti adulti convivono con una voce interna critica, esigente, mai soddisfatta — che li giudica, li sminuisce, anticipa il fallimento, li avvisa che non sono abbastanza. Una voce che non è la verità su di loro, ma che viene vissuta come tale. Ne ho parlato in dettaglio nell’articolo La voce che ti dice che non sei abbastanza, se vuoi approfondire da dove nasce questa voce e come riconoscerla.
La relazione con se stessi e il lavoro: un legame spesso ignorato
Questa ricerca di senso e autenticità non si limita alla sfera privata: si estende inevitabilmente a quella professionale. Il lavoro che ci fa stare bene — quello che dà energia invece di toglierla — nasce quasi sempre da una buona relazione con se stessi: dalla capacità di riconoscere i propri valori, le proprie attitudini, ciò che ci fa sentire vivi.
Quando questa connessione manca, scegliamo carriere che soddisfano le aspettative degli altri invece delle nostre. Lavoriamo per fuggire da qualcosa invece che per costruire qualcosa. E con il tempo quella distanza tra chi siamo e cosa facciamo diventa logorante.
Anche le relazioni professionali riflettono il nostro stato interiore: come ci presentiamo, come chiediamo, come riceviamo, come gestiamo i conflitti — tutto passa attraverso la qualità del rapporto che abbiamo con noi stessi.
Costruire relazioni autentiche: da dove si inizia
Costruire una buona relazione con se stessi non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte. È un processo continuo, fatto di piccoli atti quotidiani di ascolto e onestà.
Inizia dal fermarsi. Dal chiedersi, ogni tanto, come si sta davvero — non in risposta agli eventi, ma come punto di partenza.
Inizia dal notare il proprio dialogo interno: quello che si dice a se stessi dopo un errore, dopo una critica, dopo una delusione. Quella voce è la firma più autentica di come ci relazioniamo con noi stessi.
Inizia dall’imparare a distinguere i propri bisogni dai propri schemi: ciò che si vuole davvero da ciò che si è abituati a volere, ciò che fa bene da ciò che è semplicemente familiare.
Per approfondire cosa dicono le ricerche psicologiche sull’importanza di una buona relazione con se stessi come base per relazioni sane con gli altri, trovi un articolo molto documentato su Unobravo.
Il counseling come spazio per esplorare
In questo percorso, il counseling si inserisce come uno spazio protetto in cui questa esplorazione può avvenire senza giudizio. Non perché da soli non si possa fare — si può, e si deve. Ma perché avere un accompagnamento professionale aiuta a vedere ciò che da soli è difficile vedere: i punti ciechi, gli schemi ripetuti, le convinzioni talmente radicate da essere diventate invisibili.
Hai riconosciuto qualcosa di tuo in quello che hai letto? Lascia un commento qui sotto o scrivimi a scrivi@chiediloaluisa.it — mi fa sempre piacere sapere cosa vi arriva.


