Conoscere se stessi

“Non so chi sono davvero”: quando non si riesce a conoscere se stessi

Conosci te stesso. [Socrate]

Ciao Luisa,

mi chiamo Sara, ho 41 anni e faccio la project manager. Ti scrivo perché ho letto il tuo articolo sulle relazioni e mi sono riconosciuta in qualcosa che non avevo mai saputo nominare: conoscere se stessi davvero o credere di conoscersi senza conoscersi affatto?

Il problema è questo: quando mi chiedono cosa voglio, cosa mi piace, cosa mi fa stare bene, non so rispondere. Non nel senso che ci devo pensare un po’ — nel senso che proprio non lo so. Ho sempre saputo cosa volevano gli altri da me, cosa ci si aspettava da me e come dovevo comportarmi per essere accettata. Ma quello che voglio io, quello che sono io al di là dei ruoli — figlia, professionista, amica, compagna — non riesco a capirlo.

Il risultato è che mi sento persa nelle relazioni. Non so mai se quello che provo è davvero mio o è un riflesso di quello che l’altro si aspetta che io provi. Quando una relazione finisce mi sento come se perdessi un pezzo di me — non perché amavo quella persona, ma perché lei mi dava una forma.

Non riesco a stare bene con me stessa. Non riesco a conoscere me stessa abbastanza da sapere da dove iniziare.

Cosa mi consigli?

Sara


Cara Sara,

conoscere se stessi è una delle imprese più difficili e più coraggiose che esistano. Non perché richieda doti particolari, ma perché richiede qualcosa che nessuno ci ha insegnato a fare davvero: fermarsi, ascoltarsi, e resistere alla tentazione di dare subito una risposta.

Quello che descrivi — non sapere cosa vuoi, sentirti definita dagli altri più che da te stessa, perderti quando perdi una relazione — non è una mancanza. È il segnale che per molto tempo hai imparato a conoscerti attraverso gli altri invece che a partire da te stessa.

Quando impariamo a guardare fuori invece che dentro

Succede quasi sempre da bambini. Se cresci in un ambiente in cui ciò che conta è soddisfare le aspettative degli altri — essere la brava figlia, la studentessa modello, quella che non dà problemi — impari molto presto a calibrare te stessa sullo sguardo esterno. Diventi bravissima a leggere cosa vogliono gli altri, cosa si aspettano, come devi presentarti per essere accettata.

Quella capacità è preziosa — ti ha aiutata a navigare ambienti complessi, a costruire relazioni, a funzionare nel mondo. Il problema è che nel processo hai perso l’abitudine di chiederti: e io? Cosa voglio io, al di là di quello che gli altri vogliono da me?

Non è che tu non abbia un io. Ce l’hai e lo sento nella precisione con cui descrivi il tuo disagio. È solo che quell’io ha imparato a stare in silenzio.

Il paradosso delle relazioni senza centro

Quello che descrivi — sentirti come se perdessi un pezzo di te quando finisce una relazione — è qualcosa che riconosco bene. E mi dice qualcosa di importante: non stai perdendo lei o lui. Stai perdendo la forma che quella relazione ti dava.

È come se la tua identità fosse una scultura che prende forma dallo stampo degli altri invece che dall’interno. Ogni relazione diventa uno stampo diverso, e quando lo stampo viene tolto, non sai più che forma hai.

Questo non significa che le relazioni che hai vissuto non fossero reali o importanti. Significa che finora non hai ancora imparato a portare dentro di te un centro abbastanza stabile da non perderti quando l’altro se ne va.

Conoscere se stessi non è un prerequisito per le relazioni — è qualcosa che si costruisce anche attraverso le relazioni, ma con consapevolezza. La differenza sta nel chiedersi, dentro ogni relazione: questa cosa che sento è mia, o è un riflesso di quello che lui/lei si aspetta da me?

Come iniziare a conoscere se stessi: tre passi concreti

Sara, ti do tre indicazioni concrete con cui puoi iniziare.

Il primo è tenere un diario delle emozioni — non degli eventi, ma di come stai. Ogni sera, prenditi cinque minuti per scrivere: oggi ho sentito… Senza filtrare, senza giudicare, senza chiederti se è giusto sentire così. Solo registrare. Con il tempo comincerai a vedere dei pattern — situazioni, persone, circostanze che ti fanno stare bene o che ti svuotano. Quei pattern sono informazioni preziose su chi sei.

Il secondo è iniziare a notare le tue reazioni fisiche. Il corpo sa molte cose che la mente censura. Quando sei in una situazione e senti una tensione allo stomaco, una stretta al petto, un’apertura nel respiro — quei segnali sono tuoi, non di qualcun altro. Imparare ad ascoltarli è imparare a conoscerti.

Il terzo è allenarti a fare piccole scelte senza chiedere il parere degli altri. Che musica metti quando sei sola? Cosa ordini al ristorante prima di guardare cosa prendono gli altri? Cosa fai nel tempo libero quando nessuno ti guarda? Queste piccole scelte, sommate, cominciano a disegnare un profilo di te che non dipende da nessuno.

Una cosa che voglio dirti

Il fatto che tu non riesca ancora a rispondere alla domanda chi sono? non significa che tu non esista. Significa che nessuno ti ha ancora insegnato a cercarti nel posto giusto.

Quel posto non è negli occhi degli altri. Non è nell’approvazione che ricevi, né nel ruolo che ricopri. È in quel silenzio un po’ scomodo che si apre quando sei davvero sola con te stessa — e che di solito riempiamo di qualsiasi cosa pur di non starci.

Provare a stare in quel silenzio, anche solo qualche minuto al giorno, è il primo atto concresto per conoscere se stessi.


Ti ritrovi in quello che ha scritto Sara? Scrivimi a scrivi@chiediloaluisa.it o lascia un commento qui sotto.

Lo hai trovato interessante? Condividilo con i tuoi amici!
Informazioni sull'autore

Luisa Rosini

Sono una che si fa tante domande e cerca di andare sempre oltre le apparenze. Questa mia attitudine, unita alla formazione in counseling e in coaching, mi permette di comprendere velocemente l’essenza della persona che ho davanti (motivazioni, valori, attitudini, competenze, aspirazioni) e di intuirne la vocazione ossia lo scopo che la spinge ad agire.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.