Senso di inadeguatezza

“Mi sento sempre in difetto con tutti”: quando il senso di inadeguatezza non ti dà tregua

Non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a fare surf. [Jon Kabat-Zinn]

Ciao Luisa,

mi chiamo Marta, ho 34 anni e lavoro come grafica in uno studio di comunicazione. Ti scrivo perché da qualche tempo mi sono resa conto di qualcosa che mi pesa molto: ho un profondo senso di inadeguatezza che non riesco a scrollarmi di dosso, e non so come affrontarlo.

Non riesco mai a sentirmi all’altezza. Al lavoro consegno un progetto e invece di sentirmi soddisfatta penso subito a quello che avrei potuto fare meglio. Con le amiche mi sento spesso ai margini, convinta che le altre abbiano qualcosa di più — più sicurezza, più carisma, più vita interessante. Con il mio ragazzo mi capita di interpretare ogni suo momento di silenzio come una critica implicita nei miei confronti, come se stesse pensando che ha fatto la scelta sbagliata stando con me.

La cosa assurda è che razionalmente so che non è così. Ricevo buoni feedback al lavoro, ho amiche affettuose, ho una relazione con una persona che mi vuole bene. Eppure questa sensazione di essere “in difetto” non passa. È come se ci fosse una voce dentro di me sempre pronta a trovare la conferma che non sono abbastanza.

Cosa sta succedendo? E soprattutto, c’è un modo per uscire da questo senso di inadeguatezza?

Grazie, Marta


Cara Marta,

il senso di inadeguatezza che descrivi nella tua lettera — quella sensazione persistente di essere “in difetto” anche quando tutto intorno racconta qualcosa di diverso — è qualcosa che conosco bene, perché è una delle esperienze più comuni e allo stesso tempo più silenziose che le persone portano dentro di sé. Silenziosa perché spesso non si racconta, perché dall’esterno tutto sembra andare bene, e quindi anche solo ammetterlo a se stesse sembra strano, quasi ingrato.

Eppure tu lo hai riconosciuto, lo hai nominato, e hai trovato il coraggio di scriverne. Questo, Marta, non è poco.

Un paradosso molto preciso

La tua lettera mi ha colpita per la lucidità con cui descrivi il paradosso in cui ti trovi. Sai, e lo dici tu stessa con chiarezza, che i dati oggettivi della tua vita raccontano una storia diversa da quella che senti. Ricevi feedback positivi, hai relazioni affettuose, hai costruito qualcosa di concreto. Eppure quella storia non riesce ad arrivare davvero dentro, non riesce a scalfire quella sensazione di essere sempre un passo indietro rispetto agli altri, sempre in difetto rispetto a qualcosa che non riesci nemmeno a definire con precisione.

Questo è esattamente come funziona il senso di inadeguatezza quando si è radicato in profondità: non aspetta che le cose vadano male per farsi sentire. Si insinua nel quotidiano, si nutre delle situazioni più neutre e le trasforma in conferme. Non è un problema di percezione distorta della realtà — è un problema di quale realtà riesce ad arrivare a te dopo essere passata attraverso un filtro molto potente e molto antico.

Il problema non è ciò che succede, ma come lo leggi

Prova a rileggere quello che mi hai scritto e nota una cosa: ogni situazione che descrivi prevede già un’interpretazione, sempre a tuo sfavore.

Consegni un progetto → pensi a ciò che avresti potuto fare meglio. Non a ciò che hai fatto bene, ma a ciò che manca. Stai con le amiche → ti concentri su quello che loro hanno e tu non hai. Non su quello che condividete, ma sul divario. Il tuo ragazzo tace → costruisci immediatamente una storia in cui quel silenzio è una critica. Non un momento di stanchezza, non un pensiero suo, non una pausa neutra: una conferma che qualcosa in te non va.

Questo schema — interpretare sistematicamente gli eventi ambigui in senso negativo — è uno dei segnali più chiari di un senso di inadeguatezza strutturale, non situazionale. Non si attiva solo quando le cose vanno male: si attiva sempre, riempiendole di significati negativi che tu poi vivi come se fossero reali.

Da dove viene

Marta, il senso di inadeguatezza non nasce da solo. Come ho spiegato nell’articolo La voce che ti dice che non sei abbastanza, si costruisce nel tempo, a partire da esperienze che lasciano tracce — non sempre drammatiche, non sempre visibili. A volte è crescere in un ambiente in cui il riconoscimento arrivava raramente, o solo in risposta a qualcosa di straordinario. A volte è un confronto prolungato con qualcuno che sembrava sempre avere “di più”. A volte è semplicemente aver ricevuto, da bambine, più messaggi su ciò che non andava che su ciò che andava bene.

Non so cosa c’è nella tua storia specifica. Ma quando mi descrivi una voce che trova sempre la conferma dell’inadeguatezza — con quella tenacia, con quella precisione — mi dice che quella voce ha radici lontane. Non è nata ieri. Si è costruita in anni di piccoli messaggi che, sommati, hanno prodotto una convinzione profonda: c’è qualcosa in me che non va abbastanza.

Come il senso di inadeguatezza inquina le relazioni

Quello che descrivi con il tuo ragazzo mi ha colpita in modo particolare, perché mostra quanto questo schema sia capace di inquinare non solo il rapporto con noi stesse, ma anche quello con chi ci ama.

Quando interpreti ogni suo silenzio come una critica implicita, non stai reagendo a lui. Stai reagendo a quella voce dentro di te. Lui tace, e tu ascolti qualcosa che dice: hai fatto qualcosa di sbagliato, sta pensando di aver scelto male, prima o poi se ne accorgerà. Quella voce parla più forte di qualsiasi cosa lui potrebbe dirti, perché arriva prima — prima ancora che lui abbia detto o fatto qualcosa.

Il rischio, in dinamiche come questa, è che le interpretazioni si trasformino in comportamenti: cerchi rassicurazioni continue, ti chiudi, ti scusi di cose che non hai fatto, oppure — per difenderti dall’attesa del peggio — inizi inconsapevolmente ad allontanarti per prima. Non perché lo voglia, ma perché il senso di inadeguatezza spinge spesso verso l’autosabotaggio, come una profezia che si autoavvera: se sono convinta di non meritare questo amore, finisco per comportarmi in modi che rischiano di allontanarlo davvero.

Ne ho parlato nell’articolo Autosabotarsi in amore, che forse ti riconoscerà in alcune dinamiche che anche tu stai mettendo in atto.

Cosa puoi fare, concretamente

La buona notizia è che il senso di inadeguatezza non è immutabile. Non è “come sei fatta”. È uno schema che hai imparato — e ciò che si impara si può, con tempo e pazienza, anche ridimensionare e trasformare.

Il primo passo è quello che hai già fatto tu: riconoscerlo. Il fatto che tu abbia scritto “so razionalmente che non è così” mi dice che una parte di te sa già distinguere tra ciò che quella voce racconta e ciò che è reale. Quella parte è preziosa. È il punto di appoggio da cui partire.

Il secondo passo è iniziare a osservare lo schema senza combatterlo. Quando la voce dice “avresti potuto farlo meglio” dopo una consegna, prova a notarla — semplicemente, come farebbe una spettatrice curiosa. Non darle ragione, ma non cercare nemmeno di zittirla a forza. Chiediti invece: questa valutazione si basa su qualcosa di reale, o sta semplicemente applicando il solito schema automatico?

Il terzo passo, quello pratico per questa settimana: ogni volta che lo schema si attiva, cerca consapevolmente anche l’altra lettura possibile. Non quella ottimistica, non quella che nega il problema — semplicemente quella neutra. Il silenzio del tuo ragazzo può essere tante cose. La tua amica che ride di una battuta altrui non ti sta escludendo. Il progetto che hai consegnato conteneva anche cose che funzionavano. Non si tratta di convincerti che tutto va bene: si tratta di allenare la mente a non chiudere ogni storia prima ancora che sia cominciata.

Se vuoi approfondire cosa dice la ricerca psicologica su questo tema, trovi un articolo molto completo su cause, sintomi e come superare il senso di inadeguatezza su Psicodigitale, scritto da clinici e ben documentato.

Un’ultima cosa

Marta, la presenza così costante e pervasiva di questo schema mi suggerisce che un percorso di counseling potrebbe aiutarti davvero a lavorarci in profondità. Non perché ci sia qualcosa che non va in te — tutt’altro — ma perché questo tipo di dinamica è difficile da smontare da soli, soprattutto quando è lì da tanto tempo. Un accompagnamento professionale può aiutarti a capire da dove viene, come si attiva, e come smettere di lasciare che sia lui a decidere cosa vali.

Grazie per avermi scritto. La lucidità con cui hai descritto il senso di inadeguatezza che provi continuamente mi dice che sei già a metà strada.


Anche tu ti ritrovi in quello che ha scritto Marta? Scrivimi a scrivi@chiediloaluisa.it o lascia un commento qui sotto.

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Informazioni sull'autore

Luisa Rosini

Sono una che si fa tante domande e cerca di andare sempre oltre le apparenze. Questa mia attitudine, unita alla formazione in counseling e in coaching, mi permette di comprendere velocemente l’essenza della persona che ho davanti (motivazioni, valori, attitudini, competenze, aspirazioni) e di intuirne la vocazione ossia lo scopo che la spinge ad agire.

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