Sei tu il tuo progetto più importante. Inizia a trattarti come tale. [Brené Brown]
La bassa autostima è una delle esperienze più diffuse e, allo stesso tempo, più fraintese della vita emotiva. Diffusa perché quasi tutti, in qualche momento della vita, l’hanno attraversata. Fraintesa perché spesso viene confusa con la modestia, con il realismo, persino con una forma di saggezza, come se svalutarsi fosse segno di equilibrio, mentre apprezzarsi fosse arroganza.
Non è così. E se stai leggendo questo articolo, probabilmente una parte di te lo sa già.
La bassa autostima non è un tratto del carattere immutabile, non è “come sei fatto” e non è la verità su di te. È una storia che hai imparato a raccontarti, probabilmente molto tempo fa, probabilmente in risposta a qualcosa che hai vissuto e che hai interpretato nel solo modo in cui riuscivi a farlo, allora. Il problema è che quella storia, con il tempo, è diventata così familiare da sembrare un fatto oggettivo. Ed è lì che inizia il lavoro più importante: distinguere chi sei da ciò che hai imparato a pensare di te.
Cos’è davvero la bassa autostima
L’autostima è la valutazione che diamo di noi stessi — non delle nostre competenze specifiche, non delle nostre prestazioni, ma di noi stessi come persone. È quella risposta silenziosa alla domanda: valgo qualcosa? Sono degno di essere amato, ascoltato, rispettato?
Quando quella risposta è cronicamente negativa, si parla di bassa autostima. Non si tratta di una diagnosi clinica, ma di uno schema profondo e pervasivo che condiziona il modo in cui ci percepiamo, il modo in cui interpretiamo gli eventi e il modo in cui ci relazioniamo con gli altri.
La bassa autostima non si manifesta sempre allo stesso modo. A volte si mostra apertamente: la persona si svaluta, si scusa di esistere, minimizza ogni suo contributo. Altre volte si nasconde dietro la perfezione ossessiva, l’ipercontrollo, la necessità di dimostrare costantemente il proprio valore attraverso le prestazioni. E altre volte ancora si maschera in modo paradossale dietro l’arroganza e la spavalderia: una difesa costruita per non mostrare quanto ci si senta, in fondo, poco abbastanza.
La differenza tra autostima situazionale e autostima strutturale
C’è una distinzione importante che vale la pena fare, perché cambia completamente il modo in cui leggiamo la nostra esperienza.
L’autostima situazionale fluttua in risposta agli eventi. Ti va male una presentazione a lavoro e ti senti meno capace. Ricevi una critica e ti senti temporaneamente svalutato. Questa è normale: siamo esseri umani, e le esperienze ci toccano. Ma una persona con una base di autostima solida riesce ad attraversare questi momenti, senza che la percezione che ha di sé collassi. Sa che un errore non è la prova definitiva della sua inadeguatezza. Sa che una critica parla di un comportamento, non del suo valore come persona.
L’autostima strutturale è invece quella base, quella risposta di fondo alla domanda valgo qualcosa? Quando questa base è fragile, anche gli eventi più piccoli e neutri diventano conferme dell’inadeguatezza. Un silenzio in una conversazione, uno sguardo ambiguo, un messaggio non risposto, tutto viene letto attraverso il filtro di non sono abbastanza e tutto sembra confermare quella storia.
Come ha scritto la ricercatrice Brené Brown, la bassa autostima non nasce da ciò che facciamo o non facciamo: nasce dalla convinzione profonda di non essere abbastanza come persone, indipendentemente da ciò che facciamo. È da lì che bisogna partire per cambiarla davvero.
Da dove viene: le radici di una storia vecchia
La bassa autostima si forma raramente in un singolo momento. È il risultato di un accumulo — messaggi ricevuti, esperienze vissute, confronti subiti — che nel tempo hanno modellato l’immagine che abbiamo di noi stessi.
Le radici più comuni affondano nell’infanzia. Un ambiente familiare in cui l’amore sembrava condizionato dal rendimento: sei bravo quando ottieni buoni voti, sei una delusione quando sbagli. Genitori eccessivamente critici o esigenti che, con le migliori intenzioni, trasmettevano il messaggio implicito che così com’eri non bastava. Oppure, all’opposto, genitori assenti o trascuranti, che lasciavano al bambino la conclusione silenziosa: non sono abbastanza importante da meritare attenzione.
Ma le radici possono essere anche più recenti: una relazione in cui siamo stati sminuiti, un ambiente lavorativo tossico, anni di confronto sociale — amplificato oggi dai social media — in cui ci siamo misurati costantemente con immagini di perfezione irraggiungibili.
Il punto cruciale è che il bambino — o l’adulto in una situazione di vulnerabilità — non ha gli strumenti per contestualizzare queste esperienze. Non riesce a pensare il mio genitore era esausto e ha detto una cosa sbagliata. Quello che elabora invece è: c’è qualcosa in me che non va. E quella conclusione, ripetuta abbastanza a lungo, smette di essere un pensiero e diventa una convinzione. Le convinzioni non si discutono: si vivono come fatti.
Come la bassa autostima condiziona la vita quotidiana
Una volta radicata, la bassa autostima non rimane confinata al dialogo interiore. Si riversa su tutto.
Nelle relazioni: si cerca costantemente l’approvazione degli altri, si fatica a stabilire confini, si tende a tollerare situazioni svalutanti perché, in fondo, si crede di non meritare di meglio. Come avevo già accennato nell’articolo sul dialogo interno negativo, il filtro attraverso cui leggiamo noi stessi è lo stesso attraverso cui leggiamo le relazioni: se mi vedo come poco abbastanza, tenderò a scegliere, spesso inconsapevolmente, relazioni che confermano quella visione.
Nel lavoro: la bassa autostima si manifesta come sindrome dell’impostore, come incapacità di riconoscere i propri successi, come paura cronica di essere scoperti, come tendenza a non candidarsi per opportunità che si meriterebbe.
Nel corpo: c’è spesso una difficoltà a occupare spazio, fisicamente e metaforicamente. Voce bassa, postura chiusa, scuse continue, excusatio non petita in ogni conversazione.
I ricercatori Morris Rosenberg e Timothy Owens hanno osservato che le persone con bassa autostima tendono a essere in allerta permanente, pronte a scovare segnali di rifiuto e disapprovazione, esattamente come chi si aspetta sempre il peggio e non riesce mai a rilassarsi davvero. Non è pigrizia mentale: è un sistema di difesa che si è strutturato nel tempo per proteggersi da una minaccia percepita, anche quando quella minaccia non è più presente.
Il cambiamento è possibile: da dove si inizia
La buona notizia — ed è una buona notizia reale, non una formula consolatoria — è che la bassa autostima non è permanente. È uno schema appreso, e ciò che si apprende si può modificare. Non in un giorno, non con un esercizio magico, ma con un lavoro autentico e progressivo di consapevolezza.
Il primo passo è separare i fatti dalle interpretazioni. Un errore commesso è un fatto. Sono un fallito è un’interpretazione. Un feedback critico è un fatto. Non valgo niente è un’interpretazione. Imparare a fare questa distinzione ogni volta, pazientemente, è già un atto potente.
Il secondo passo è iniziare a raccogliere prove contrarie. La bassa autostima sopravvive ignorando selettivamente tutto ciò che la contraddice. Inizia a notare, attivamente, le cose che fai bene, le persone che ti cercano, i momenti in cui ti senti capace. Non per diventare arrogante, ma per restituire equilibrio a una narrazione che ne è stata privata.
Il terzo passo, quello che spesso richiede un accompagnamento esterno, è risalire alle radici. Capire dove è nata quella storia, chi l’ha scritta e perché. Questo lavoro, fatto in un contesto professionale, permette non solo di comprendere lo schema ma di smettere di identificarsi con esso. Per approfondire il tema da un punto di vista clinico, trovi un articolo molto documentato sulla bassa autostima: sintomi e cura sul sito dell’Istituto IPSICO di Firenze.
Una cosa che voglio dirti
Se stai leggendo questo articolo e ti riconosci in quello che ho descritto, voglio dirti una cosa: il fatto che tu abbia una bassa autostima non dice nulla di vero su chi sei. Dice molto, invece, su cosa hai vissuto e su come hai imparato — da solo, senza strumenti adeguati — ad attraversarlo.
Quella storia può essere riscritta. Non da zero — le esperienze che abbiamo vissuto fanno parte di noi — ma con una lettura diversa, più compassionevole e più reale.
E spesso, per farlo davvero, aiuta non essere soli.
Hai riconosciuto qualcosa di tuo in questo articolo? Scrivimi a scrivi@chiediloaluisa.it o lascia un commento qui sotto. Mi fa sempre piacere sapere cosa vi arriva.


